Crescere significa guardare lontano

Ecco cosa ci facevo la settimana scorsa in Albania…

Chi mi segue su facebook sa che sono appena tornato da Tirana.

In un recente post raccontavo di come – durante un corso che ho tenuto in università – mi sia trovato a disquisire in inglese con uno studente che poi ho scoperto essere italianissimo.

La cosa ha suscitato l’ilarità dei miei followers e qualcuno di loro, privatamente, mi ha scritto: “Ma cosa ci facevi all’università di Tirana?” Già, cosa ci facevo in Albania? Te lo racconto di seguito.

Premessa doverosa: quando parliamo di Albania è utile iniziare a liberarsi in prima battuta di alcuni cliché che non corrispondono più alla realtà attuale.

Giusto per capirci, l’Albania di oggi non è l’Albania di ieri – il paese da cui partivano i barconi diretti in Italia – anzi… posso tranquillamente assicurarti che attualmente assistiamo piuttosto a un’inversione di tendenza.

Tirana, per esempio, oggi come oggi è una città bella e dinamica.

Basta fare un giro nei bar per capire che aria tira.

È nei caffè, infatti, che si tiene buona parte delle riunioni di lavoro.

L’atmosfera è un po’ quella che probabilmente si respirava in Italia negli anni ’60, ai tempi del boom economico: cantieri aperti ovunque, voglia di fare, imparare e costruire.

Un paese giovane, sì… ma anche un paese in cui la crescita sta innescando un consistente incremento della popolazione anziana, che si fa via via più esigente.

Sai perché? Prima ti parlavo di inversione di tendenza.

Quello che volevo dire è che oggi si assiste a una migrazione di ritorno che include – oltre agli ex migranti, oggi benestanti – anche una considerevole percentuale di Italiani che hanno deciso di spostare le tende oltremare.

Complici vari fattori, ma soprattutto una qualità di vita più appetibile e più alla portata di tutti.

A questa migrazione “in età” si aggiunge poi la componente anziana autoctona, in cui negli ultimi anni la fascia benestante si è decisamente ampliata.

Ecco, immagino che tu stia iniziando a capire cosa sto facendo in Albania.

L’emergere di nuove esigenze rappresenta un terreno fertilissimo per il mio progetto e questo non solo  perché sta rapidamente venendo alla luce una notevole fetta di mercato, ma anche per alcune peculiarità del contesto albanese.

In Albania ci sono ottimi ospedali. A livello strettamente medico la preparazione del personale è di tutto rispetto, ma con alcune criticità: da una parte non esiste il corrispettivo diretto dei nostri operatori OSS, dall’altra manca in modo evidente quella che viene considerata una caratteristica dell’eccellenza italiana, cioè l’approccio empatico.

Proprio così, la capacità di essere professionali e al tempo stesso empatici in modo mirato, viene riconosciuta come una peculiarità che ci contraddistingue e che i futuri operatori in Albania sono ansiosi di apprendere e imparare a gestire.

Ecco perché ero a Tirana, la scorsa settimana.

All’Università “Nostra Signora del Buon Consiglio” (distaccamento dell’Università Cattolica del Sacro Cuore) ho tenuto un corso per insegnare agli studenti come relazionarsi con il paziente.

Si tratta di preparare il terreno per lo sviluppo del mio progetto all’interno di un contesto fertilissimo e carico di promesse. Un ambiente in cui possiamo sia insegnare che imparare qualcosa su noi stessi. Perché è riconoscendosi nelle percezioni altrui che si impara a conoscere i propri limiti e i propri punti di forza.

In altre parole, aiutare gli altri a crescere è il modo migliore per dare una spinta decisiva in avanti al tuo processo di crescita.

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